L’estate in cui accadde tutto [ROMA]

_lestate_in_cui_accadde_tuttoNe bastano tre, di solito; i particolari eletti che ti inchiodano a un lettore piuttosto che a un altro. La maglietta arancione, c’è scritto qualcosa; per qualche raffinatissima combinazione di prossemica, tuttavia, dal mio punto di vedetta leggo solo “Trai…” training? train? La felpa col cappuccio, a righe, legata in vita; c’è un nodo inconfondibile, stretto quanto basta e sempre preciso, si impara alle gite scolastiche e non si dimentica più. La geometria; è immobile, Lettore, li dove si congiungono i vagoni della metropolitana, sembra una statua. Una statua fissata in quello spazio mobile che fa perdere l’equilibrio ai comuni mortali, e ai passeggini. Imperturbabile, in piedi, è perfettamente verticale. Due, di solito, le fermate cruciali in cui si decidono le sorti del racconto, quando non si legge il titolo, provando a fare gli acrobati col superpotere dell’invisibilità ma col patrocinio di Manzoni e San Giovanni. Una, frazione di secondo, per fotografare con lo sguardo il tesoro di Lettore, gli occhi di “chi ha già provato le ortiche”, fidarsi delle smorfie preziose che appartengono solo al viso di chi non sa di essere raccontato, memorizzare tutto e immaginare dove lo porterà quell’ aereoplano, in copertina: L’estate in cui accadde tutto (Bill Bryson).

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